Il recupero dei fossili
L’ASSOCIAZIONE FAUNISTICA DI PIETRAFITTA
Sono stati individuati e recuperati fino ad oggi a Pietrafitta i resti fossili dello scheletro di un centinaio di individui (escludendo le microforme) rappresentati principalmente da mammiferi e in parte da anfibi, rettili e uccelli.Oggi la lignite risulta praticamente esaurita e rimane solamente una piccolo banco minerario (Poderone), che essendo scaduta la concessione con molta probabilità verrà ricoperto dallo sterile di riporto.I resti dei vertebrati fossili e quelli dei mammiferi in particolare, sono stati oggetto di molti studi che hanno permesso di identificare molte specie.


In particolare i resti dall’elefante meridionale (Mammuthus meridionalis vestinus), sono quelli più abbondanti. Probabilmente il Mammuthus meridionalis era un frequentatore abituale del paleoambiente palustre per la disponibilità di cibo e la presenza di acqua .Resti meno abbondanti testimoniano la presenza di un rinoceronte di media taglia, Stephanorhinus cf. hundsheimensis . Piuttosto abbondanti sono anche i resti di bovidi, Leptobos aff. vallisarni e cervidi Pseudodama farnetensis e Megaloceros obscurus .Molti resti rinvenuti nel corso degli anni, e rappresentanti in modo sufficientemente completo l’intero apparato scheletrico, testimoniano la diffusa presenza del castoro (Castor plicidens) a Pietrafitta .Sono presenti anche rari resti un equide (Equus sp.).I micromammiferi, mammiferi di peso inferiore a 5 Kg, che rivestono una importanza rilevante nelle ricostruzioni paleoambientali e nelle correlazioni biostratigrafiche, sono presenti a Pietrafitta con diverse specie: Microtus (Allophaiomys) cf. ruffoi, Microtus (Allophaiomys) chalinei, Mimomys pusillus, Sorex sp., Talpa sp. e Sciurus sp..Ricca anche l'erpetofauna scavata dalle ligniti con abbondanti resti attribuiti alla tartaruga di acqua dolce, Emys orbicularis e diversi reperti di alcune specie del genere Rana, Latonia, Natrix e Vipera . Nella raccolta paleontologica sono anche conservati resti scheletrici di pesci, che non sono mai stati oggetto di studi sistematici.Questi resti permettono di attribuire l'associazione faunistica a mammiferi di Pietrafitta all'Unità Faunistica di Farneta, del Villafranchiano superiore (Pleistocene inferiore, 1.6 - 1.4 My B.P.).

METODO DI RECUPERO DEI FOSSILI
Molto spesso i reperti si presentavano in un ammasso di ossa, fratturate, disposte in modo caotico e sovrapposte le une sulle altre; si doveva quindi in primo luogo decidere se l’estrazione doveva essere effettuata in un unico blocco o in blocchi separati per facilitare il lavoro di recupero e di trasporto.I fossili venivano messi allo scoperto usando piccoli utensili forgiati a scalpello o martelline con punta a taglio, ideali per isolarlo e staccarlo dal materiale circostante. Si ricopriva poi con carta inumidita, sulla quale si effettuava una colatura di gesso, ma più frequentemente di cemento a rapida presa. Veniva costruita poi di volta in volta sul posto una intelaiatura in filo di ferro per rendere più rigido il blocco, e facilitarne il trasporto.Dopo il trasporto in laboratorio avvenivano le operazioni di distacco del fossile dalla lignite e dal cemento (alcuni fossili sono ancora oggi inglobati nel cemento).



